Di madre in figlia

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Essere dall’altra parte del ruolo fa capire numerose cose. Essere madre e non solo figlia significa, e lo dico davvero sottolineandolo più volte, quanto sia importante non fare gli errori che presumo abbia fatto mia madre con me. Mi rendo conto di essere meno ansiosa, più sorridente, più giocherellona, meno nervosa con mia figlia ed una serie di cose che in tanti anni ho visto fare a mia madre.

D’accordo, la nostra vita non è stata facile e i problemi sono stati numerosi. Un solo stipendio, un mutuo che pesava come un macigno, i soldi che non bastavano mai, liti tra mamma e papà che, agli occhi oggi di una moglie, molte potevano essere evitate se solo uno dei due avesse cercato di andare incontro all’altro. Per carità, litigo anche io con mio marito, ma il bisticcio finisce là, non prosegue nei secoli dei secoli.

Mia madre, comunque, sta peggiorando. Da quando sono sposata è peggiorata in maniera esponenziale. D’accordo la lontananza (distiamo 10 minuti di macchina), d’accordo la routine che è venuta meno (la mattina la portavo a fare la spesa, il pomeriggio a fare due passi, la domenica in chiesa, il giovedì al mercato e via discorrendo), ma caspita. Neanche la gioia di sapere di avere una figlia realizzata sul lavoro, con un marito che la rispetta e una famiglia di lui perbene. NO.

Devo stare attenta alle parole che uso e ai toni con cui imposto un discorso perché alla minima sottigliezza si offende. Stamane le ho dato dell’ansiosa dopo lo show che ha fatto al supermercato con la piccolina e t’oh! Si è offesa e mi ha rinfacciato il lavoro da baby sitter che svolge 4 giorni su 7, per sole 4 ore al giorno salvo i giorni di rientro pomeridiano. Posto che trova la casa pulita, i piatti sistemati e il letto aggiustato, l’unica cosa che le chiedo è di stendere i panni e lavare le cose di mia figlia. E’ vero che non dovendo fare altro che badare alla piccola mi lava i pavimenti NONOSTANTE LI ABBIA LAVATI IO LA SERA PRIMA, ma non le chiedo neanche di prepararmi un piatto caldo da farmi trovare al mio rientro dal lavoro. E quando le tocca badare alla bimba di pomeriggio (da premettere che le ho proposto di fare i turni con mia suocera per non rendere pesante il compito) le faccio trovare tutto quello che vuole per prepararsi un pranzo come si deve. Trattamenti che a mia suocera non riservo visto che abitiamo l’una sotto e l’altra sopra.

Quando parlo di esagerazione esponenziale mi riferisco al fatto che non ho neanche il sacrosanto diritto di uscire un giorno con mia suocera anche solo per sbrigare un’incombenza. Se volessi farlo devo stare zitta e non dirle niente, perché arma un muso che in confronto l’autostrada del sole sembra un sentiero. E non importa se per anni l’ho scarrozzata dove voleva, le ho comprato quel che voleva (e continuo a comprarglielo) anche quando mi ha praticamente trattata come uno straccio dandomi la colpa della sua ansia. E non importa se durante i mesi di gravidanza, quando veniva a darmi una mano in casa, le cucinavo tutto quello che desiderava per ringraziarla dello sforzo.

Quando parlo di esagerazione esponenziale significa che se per scherzo la chiamo “gnogna” (come a voler imitare un bimbo che non sa pronunciare bene le parole) è quasi come se l’avessi chiamata “puttana” e se le chiedo semplicemente se mi ha spostata la cioccolata che si trovava nello stipite assieme al caffè, visto che aveva sistemato un po’ la cucina, capisce che le sto dando della mangiona facendola sentire come una morta di fame.

Non proseguo, non ce n’è bisogno. Continuo a volerle bene, non dormo se la so ammalata a casa. Sono riconoscente per tutto quello che mi ha dato, sia materiale che immateriale. Ma c’è un limite a tutto. C’è la leggerezza con cui va presa la vita. C’è la spontaneità dietro i gesti miei e nonostante mi conosce da anni, sa bene che dietro ogni mia parola non c’è malignità e nè doppio fine. Sa che se faccio qualcosa a mia suocera appena possibile farò il doppio con lei, e che non pretendo nulla né ho mai preteso nulla di più di quanto lei poteva permettersi.

Come dice mia suocera, alla quale confido il malessere che provo quando litigo con mia madre “E’ tua mamma, tu la conosci e tu sai come fare. Porta pazienza, è fatta così. Non puoi cambiarla”. Solo che non la conosco ancora abbastanza

L’importanza di farsi una doccia (e anche una buona dormita)

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L’altra volta, a Verissimo, la ballerina Lorella Boccia parlava del fatto che essere mamme è una grandissima gioia, si, ma non bisogna nascondere quanto siano difficili alcuni momenti. Ammetteva le difficoltà che ci sono e quello stravolgimento della quotidianità che riguarda soprattutto la mamma. Roba che per fare uno shampoo è come se si chiedesse di avere un miracolo.

La storia dello shampoo l’ho sentita tante volte, come la leggenda della doccia secondo cui una donna, una volta diventata mamma, non ha più neanche la possibilità di concedersi anche solo 5 minuti per la pulizia quotidiana.

Domenica scorsa, dopo aver trascorso la giornata tra pulizie, addobbi natalizi, riassetto armadi e quant’altro mi appropinquavo nel sacrosanto rito di una doccia, che avevo rimandato di un paio di giorni proprio perché mi ero ridotta ad avere tempo libero dopo le 11 e mezza di notte. Avevo lasciato la bimba al padre, raccomandandolo di guardarla per una mezz’oretta, giusto il tempo di darmi una rinfrescata e fare lo shampoo. Neanche messo il piede in bagno che la bimba iniziò a piangere, il papà non sapeva come gestirla ed io, ancora insaponata, sono dovuta correre fuori per calmare la situazione. E lì uno dei tanti momenti di sconforto.

Sconforto non nel fatto che la bimba piangesse e non si calmasse in nessun modo, quanto invece per il fatto che avevo atteso quel tempo da dedicare a me stessa da almeno una settimana, Sconforto non perché puzzi di sudore e tanfo (uno si lava quotidianamente), ma perché avevo bisogno di quel momento di relax che solo una doccia calda, ad alta pressione, ti sa dare.

Ma va bè.

Anche stanotte è stata uno di quei momenti di massimo sconforto provati fino ad ora. Posto che sono mesi che non faccio una dormita come si deve, dapprima perché la bimba si svegliava per le poppate e adesso perché perde il ciuccio, quella di questa notte è stata una situazione in cui… caspita, ho ripensato alla mia vita da nubile! Oltre a non addormentarsi la bimba continuava a piangere senza un apparente motivo e mi portavo quel piano nelle orecchie dal primo pomeriggio, ossia da mio ritorno dal lavoro. Immaginate di sentire una sirena continua ad alto volume dalle due del pomeriggio fino alle 5 e mezza di notte, ed aggiungeteci la stanchezza dovuta al fatto di prenderla in braccio, giocarla, abbracciarla, provare ad addormentarla o a cibarla per più di15 ore consecutive. Aggiungete una cena consumata velocemente, fredda e scondita, che proprio per questo è diventata un tappo nello stomaco. Insomma ero arrivata al massimo della disperazione.

Disperazione e sconforto dettati da un riposo quotidiano che si riduce alle volte ad una manciata di ore, oppure che ha trasformato il sonno in una continua veglia notturna dovuta al fatto di rimanere continuamente in allerta perché la bimba perde il ciuccio e piange. E allora arrivo sfinita, con l’ardente desiderio di farmi una sacrosanta dormita come Dio comanda perché ne ha bisogno il mio cervello, il mio corpo e l’intero mio essere. E se la situazione non si placa inizio a bestemmiare quel Dio che dovrebbe comandare un buon riposo, assieme a tutti i santi del calendario e al santo patrono della mia citta.

Così, dopo aver trovato il modo per addormentarla e prendere un po’ di pace arrivano i sensi di colpa, che attanagliano l’animo per tutto il giorno. Colpa di non essere una buona mamma, di pensare a me stessa prima ancora che alla bimba, di desiderare ardentemente una doccia rilassante e una dormita come si deve mettendo da parte le esigenze di una creatura piccola (6 mesi) e indifesa. Mentre le altre sono tutte brave mamme, almeno così sembra, perché sono state capaci di mettere da parte tutte sè stesse per dare spazio ai propri figli. Ditemi voi come avete fatto.

Per carità! Io amo mia figlia, il giorno non vedo l’ora di vederla, ma credo che nel 2022 bisogna ammettere, senza colpe, che noi neo mamme non possiamo annullarci, non abbiamo l’obbligo di mettere da parte tutte noi stesse per lasciare spazio ai nostri figli. E soprattutto non dobbiamo provare senso di colpa se desideriamo una doccia calda o una buona dormita. Perché quella doccia calda e quella dormita ci fanno amare di più i nostri figli, e magari ci fanno sentire delle buone persone su questa terra.

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Il mio congedo è agli sgoccioli. Un’altra settimana e si torna a lavoro. Da un lato mi dispiace lasciare la bimba a casa, seppure per poche ore. Dall’altra non vedo l’ora… Perché è vero che diventare mamma è bellissimo e beata chi può vivere tale esperienza. Ma non è facile affrontare la quotidianità con un frugoletto che piange h24 e non sai se ha fame, ha sete, vuole dormire, deve fare la cacca, ha le coliche o semplicemente piange perché ha voglia di sgranchirsi la gola. E non ho il tempo neanche di andare in bagno perché lei, sensore ad infrarossi incorporato nel cervello, appena metto piede nella doccia arma un pianto che solo io riesco a calmarla.

“Oh, piangeeee…” fa mio marito che nel frattempo la guarda – “ha perso il ciuccio nella culla”

Ed io, con spazzolino in bocca e in mutande corro dal bagno fino alla stanza per sistemarle il ciuccetto.

Aiuto? Certo, ci sono i nonni, che però aggravano il lavoro perché mentre tengono la bimba mi chiedono un trilione di cose che finisco col dimenticarmi anche solo di chi sono. Un esempio? “Prendile il ciuccio – no questo non va bene – lavale il ciuccio – no prendi il miele così ciuccia – forse ha fame (anche se ha mangiato due minuti fa, ndr) – forse ha sete – forse ha sonno – vedi che vuole la tetta – magari la devi cambiare – prendila in braccio che vuole la mamma…

MA MI STATE DANDO UNA MANO O MI AUMENTATE IL LAVORO????

Mi vergogno a dire che non vedo l’ora di avere le mie quattro ore di svago in ufficio. Qualcuno mi direbbe che sono una mamma cattiva, però cavolo! Cari papà, nonni e zii che danno consigli non richiesti (cosa che a 40 gradi mi dicevano di metterle i calzini – “La bimba deve avere i piedini al caldo” -) emancipatevi! Anche noi mamme abbiamo bisogno di un momento di distacco!

Il mio congedo è durato quattro mesi. Ho avuto la possibilità di lavorare fino all’ottavo mese per avere più tempo da trascorrere con mia figlia. E oltre a questo motivo ho voluto lavorare fino alla fine per non stare reclusa a casa. Col pancione da 110 cm di circonferenza non potevo prendere la macchina e mio marito è libero solo di domenica e di lunedì per scarrozzarmi a destra e a manca. Ma c’è un’altra ragione per cui ho voluto lavorare fino all’ottavo mese…

Chi lavora nella pubblica amministrazione non gode di una bella reputazione. Men che meno se è una donna. Dicono di noi donne che quando abbiamo il posto fisso ci facciamo mettere incinte per godere dei congedi. E una donna incinta che lavora in una pubblica amministrazione si astiene fin dal primo mese per poi fare ritorno quando ha formato la sua bella famiglia formata dai suoi due figli di cui uno ha quattro anni e l’altro ne ha due. Ed è vero, in due anni di esperienza mi è capitato di vedere docenti che armavano astensioni per gravidanze a rischio anche durante la sospensione delle attività didattiche. E noi lì a nominare supplenti, perché tanto paga pantalone.

E’ vero, la salute mi ha permesso di andare a lavoro. Anche il tipo di attività che svolgo mi ha concesso di farmi le mie 36 ed oltre ore, andando di sabato, facendomi i pomeriggi e rientrando alle volte alle otto di sera. Ci sono stati giorni che avrei voluto volentieri stare sul letto a poltrire, ma il senso del dovere era troppo grande. La mattina mi facevo forza, a cena mio marito mi chiedeva sempre se ce la facevo e mi diceva “se non te la senti ti metti in malattia e te ne stai a casa. Sta a te decidere“. Ed io lo guardavo, con due occhi sornioni, perché avrei voluto farmi coccolare tutto il giorno, ma avevo la consapevolezza che se lo avessi fatto avrei dato adito alle solite accuse sulle donne che lavorano nella pubblica amministrazione.

Ho voluto essere un esempio per molti, docenti e ATA compresi. Eppure, nonostante il senso del dovere, sono stata addirittura presa in giro. Mi dicevano dalla segreteria “potevate andare in astensione, così vi godevate la gravidanza” e la mia attuale sostituta, quando le ho sottolineato che io, fino alla fine mi sono fatta i miei pomeriggi IN PRESENZA (considerato che una legge recente mi consente addirittura lo smart working) mi ha risposto “è il tuo lavoro, hai solo fatto il tuo dovere” (la suddetta, essendo immunodepressa, sono due anni che lavora da casa, ndr)

Una mattina, con un pancione che mi sbilanciava in avanti, sono andata di persona al Comune per ritirare i buoni libro (cosa che avrebbe dovuto fare un bidello, ma trattandosi di soldi ho preferito assumermi personalmente la responsabilità). Incontro un amico di mio marito il quale, dopo avermi fatto gli auguri, mi dice “Ma sei stata una sciocca. Potevi metterti in congedo. Tanto ti pagano lo stesso“. E il medico, quando mi ha confermato di essere incinta una volta lette le analisi, mi ha detto: “Se hai bisogno di un certificato per rischio gravidanza te lo faccio“.

Al che ho risposto: “Trovate il modo affinché possa andare a scuola fino all’ultimo“.

Io gelosa della mia privacy

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Avere per vicini suoceri, cognati e nipoti ha il suo lato positivo. Hai bisogno di una mano? Sai a chi suonare e troverai sempre aperto. Vuoi sfogarti 10 minuti con una persona di fiducia? Hai la suocera pronta a darti consigli. Natale, Pasqua, domeniche sempre in compagnia e non come succedeva quando stavo con i miei, ossia cip, ciop e qui quo qua. Soli come cani dal mattino alla sera senza qualcuno con cui scambiare due parole.

Avere per vicini suoceri, cognati e nipoti ha soprattutto il suo lato negativo. A maggior ragione quando sei stata cresciuta con delle regole e ti rendi improvvisamente conto che quelle regole sono sacrosante ma le hai vissute solo tu, perché gli altri danno per scontato la tua disponibilità ed il fatto che essendoci un legame di parentela tutto è dovuto a prescindere dal resto.

Una delle cose più stupide che mio padre mi ha insegnato è il sacrosanto diritto di trascorrere la sera in famiglia, senza distrazioni, disturbi e quant’altro. Arrivava la cena, mamma preparava da mangiare, si aspettava che papà si sedesse al tavolo e tutti insieme consumavamo il pasto. Senza che qualcuno potesse disturbare, fosse anche una telefonata importante. C’eravamo noi 4. E nessuno più. Tutto il resto veniva prima, nel pomeriggio, oppure dopo, verso la tarda sera quando il tempo lo permetteva.

Si guardava il telegiornale, si discuteva del più e del meno, si chiedeva come era andata la mattinata e ci si ritrovava in quella intimità che ogni famiglia si gode quotidianamente. Ok, a tratti può sembrare noiosa e pesante, ma credetemi. Quando ti manca quell’intimità noiosa e pesante di una cena condivisa soltanto tra moglie, marito e figlia ti senti davvero soffocare.

L’ANTEFATTO. Ho due nipoti di 11 e 6 anni che abitano a fianco. Per carità! Sono graziosi, teneri, gli voglio bene, ma averli in casa ad ogni ora del giorno diventa molto stressante. La mamma, pur di avere la libertà di whazzappare senza rotture di scatole li sbologna a chicchessia. Ma se chicchessia è una neo mamma con una bimba di 3 mesi e per di più che lavora in smartworking…. Ma anche no. Ok, gli ho dato degli orari, una viene il pomeriggio e va via quando preparo la cena, l’altro la mattina se non va a scuola. Una l’ho seguita un anno intero nello studio, l’altro tante volte gli ho insegnato a cucinare. Però cazzo! La sera lasciatemela godere con mio marito!!!!

MIO MARITO esce di casa verso le 8 e un quarto per far ritorno, quando va bene, alle 8 e mezza di sera. Se va male ci vogliono le 9 e mezza e nei periodi di festa anche oltre le 10. Lo vedo praticamente a colazione e a cena, considerando che dopo una giornata di lavoro e di faccende domestiche appena buttati sul letto ci prende il sonno. La cena diventa quindi il nostro momento di intimità. Ci raccontiamo com’è andata la giornata e ci godiamo la bimba che nel frattempo ha iniziato a stare nell’ovetto. Seduti al tavolo siamo praticamente in tre e tra una forchettata e l’altra ci divertiamo nel vedere questo frugoletto che giocherella con il ciuccio.

COSI ogni sera, ogni benedetta sera, appena messi al tavolo arrivano loro. I NIPOTI. Nonostante siano stati con me nel pomeriggio questo non gli è bastato. Devono venire anche la sera. Già “mangiati” per fortuna, ma con l’intenzione di “farci compagnia”. Per carità, non combinano nulla di male, ma quella loro presenza che interrompe l’unico momento di privacy che ho con la mia nuova famiglia mi infastidisce molto. E’ proprio il dover condividere con terzi questo momento che mi innervosisce, il dover tacere quello che voglio dire a mio marito, il dovermi mettere da parte che mi secca.

ALLA NIPOTINA PIU’ GRANDE le ho chiesto prima con le buone, poi con le minacce (tipo non vieni più da zia e sai che lo faccio sul serio) di evitare di fare capolino a casa mia anche la sera. Il più piccolo, più furbo, si fa accompagnare dal papà, perché così al papà mica ci posso dire di no! ECCERTO! E va così che appena mettiamo il culo sulla sedia lui bussa alla porta e alle sue spalle c’è suo padre che con un sorriso sornione mi dice “buona sera, scusa se ti rompiamo le palle ma lui è voluto venire“. E dopo averlo detto gira i tacchi e se ne torna a casa. A casa da sua moglie, da sua figlia, tranquillo nella sua intimità.

LA COSA CHE MI FA PIU’ RABBIA non sono i ragazzini che scassano gli attributi. Sono bambini, hanno voglia di giocare, il solo fatto di venire da me per loro è come se stessero uscendo a fare quattro passi. Mi fa rabbia che ai genitori poco frega che una famiglia ha bisogno della sua privacy, di poter stare a petto nudo davanti ad un piatto di pasta o di voler mangiare porcherie perché a noi stasera va così. Non arrivano a capire l’importanza di stare noi tre da soli, senza rotture, il mio impellente diritto di voler dare un bacio a mio marito mentre si gusta del buon vino o il diritto di mio marito di abbracciarmi teneramente mentre mi asciugo le labbra. Non arrivano a capire la necessità che questa bimba capisca che famiglia è si anche nonni, zii e cugini, ma è soprattutto mamma e papà, perché con i cugini ci giochi mentre i genitori ti crescono.

COSA GLI COSTA dire ai propri figli “no, non si va da zia, stanno mangiando e date fastidio“. E’ così difficile? Oppure pensano che è normale che mentre stai cenando possono tranquillamente farti alzare dalla sedia per andare ad aprirgli la porta? Forse mio padre mi ha dato un’educazione errata, però adesso che sono genitore capisco la necessità di quello che sto scrivendo.

NECESSITA’ sacrosanta e benedetta di avere una mezz’ora tutta per noi, perché questi momenti nessuno te li restituisce se non sei tu a difenderteli.

Sono troppo stronza? Sbaglio? Ditemelo voi, perché io, a volte, penso di meritare l’inferno.

P.S. Al corso prematrimoniale, parlando di famiglia il prete ci raccontò un aneddoto. Due coniugi, appena sposati ed innamoratissimi, hanno finito per divorziare per l’intromissione della famiglia di lui che, ahimè, abitava al piano di sotto. E memore di questa storia ci disse di prendere casa il più lontano possibile da genitori e fratelli, perché una volta giurato amore eterno davanti a Dio esiste solo un marito, una moglie e i figli. Tutto il resto è solo contorno.

Tra mamma e lavoro non mettere il dito

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Ricorda a tutti che le mamme vanno aiutate. Aiutate, non criticate o giudicate. Metti alla porta chiunque rappresenti un peso, senza esitazioni.” E’ il consiglio di un’amica blogger suggeritomi proprio nel penultimo post.

Ok, d’accordo. Ho il posto fisso. Va bene, ho la maternità assicurata e posso starmene in panciolle senza la paura di perdere il lavoro o non avere lo stipendio. Però questo lavoro l’ho desiderato tanto ed averlo ottenuto è stata una grossa vittoria. In più ho dimostrato a chi mi ha umiliata che una persona, se vuole, può farcela senza raccomandazioni e senza mezze vie ma semplicemente mettendoci la buona volontà e una buona dose di studio.

Il problema del mio lavoro… anzi! I problemi legati al mio lavoro sono tre. Il primo è la figura che ricopro all’interno della scuola. Insostituibile, al pari del preside, su di me non si possono chiamare supplenti e può prendere il mio posto solo chi ha particolari referenze all’interno della scuola.

Il secondo problema è che sono neofita. Ho un anno e mezzo di esperienza alle spalle, troppo poco per dormire sugli allori durante il congedo.

Il terzo è l’ambiente circostante, fatto di persone pronte a tutto, persino a farmi perdere la sede (cosa che è successa veramente l’anno addietro) pur di farmi fuori.

Ergo il mio congedo è un finto congedo decorato da una sorta di “smartworking”, meglio detto come “collaborazione” offerta quotidianamente a chi sta lavorando nella scuola. E, soprattutto, a chi mi sostituisce.

Una collaborazione consapevole, perché non posso permettermi di perdere il controllo della situazione e per di più perché ho bisogno ancora di esperienza per poter affrontare al meglio i prossimi mesi. Tutto questo con il benestare di un marito che nonostante mi chiami “Checco Zalone” in memoria del suo pallino per il posto fisso, appoggia ogni mia scelta, ogni mio lavoro, ogni attività mi accinga a fare tra una poppata e l’altra. Si, perché mi è capitato in questi giorni di allattare e avere contemporaneamente il PC acceso sulla posta della scuola, con tanto di auricolare attaccato al telefono e chiamata al personale della amministrativo. Per collaborare, ovviamente. Il tutto dopo aver spazzato e lavato i pavimenti di casa, fatto tre lavatrici perché la bimba mangia, defeca e vomita, e disinfettato il bagno.

Quel pomeriggio, però, i piatti non li avevo lavati. Non avevo lavato neanche le tazze della colazione in quanto avevo preferito andare a dormire dopo una nottata trascorsa tra caldo, zanzare e piagnistei. Mi sono detta “ne approfitto ora che la bimba dorme, altrimenti non reggo fino a stasera”.

Arriva mamma. Mi trova sul divano con la piccolina tra le braccia, il reggiseno scostato e la tetta di fuori. Avevo appena finito di allattare. Non faccio in tempo a salutarla che mi arma un sermone sulla mia incapacità di gestire la casa e la mia irresponsabilità nei confronti di mia figlia.

“Per te viene prima il lavoro e poi tutto il resto. Guarda, manco le tazze del latte hai lavato per stare sempre attaccata a sto computer e a sto telefono! Che ti sei vista, la schiavetta?”.

Posso capire che le mamme di un tempo non avevano aiuto, mentre noi abbiamo suocere, cognate e nonne pronte a farsi in quattro per dare una mano. Posso capire che mamma si senta trattata come una schiava (per due piatti da lavare o due panni da stirare) piuttosto che come una nonna che va a trovare la nipote. Ma essere chiamata irresponsabile dopo nove mesi di rinunce tra cibo e sesso (altro che vita da sposina!) e un periodo in cui vedo solo brodini di carne e zucchine tritate (ho già perso tutti i chili presi in gravidanza) NO! Non chiamarmi irresponsabile.

E non chiamarmi incapace perché appena tornata dal parto ho messo su la lavatrice perché non avevo asciugamani per fare una doccia. Cosa che avresti dovuto fare tu quando hai detto che mi avresti dato una mano per pulire casa mentre stavo ricoverata.

Una mamma, che sia moderna o all’antica, casalinga o lavoratrice, va aiutata. Non criticata. Le scelte di vita andrebbero appoggiate, non diventare la scusa per innestare una lite. Che poi a lite siamo andate a finire tanto che le ho detto “Se devi venire per intrometterti nelle mie cose è meglio che te ne stai a casa”.

E lei, stamane, con tanto di messaggio mi fa sapere che d’ora in poi verrà il meno possibile.

Grazie mà!